Trump è l’espressione massima del capitalismo
Leader antisistema o deviazione autoritaria? Il dibattito su Donald Trump continua a oscillare tra due interpretazioni che eludono il nodo centrale. Trump non è in conflitto con un sistema dominato dal capitalismo contemporaneo: è una delle massime espressioni, se non la più esplicita. Per comprendere la portata del fenomeno occorre tornare alle distorsioni strutturali del sistema economico. La teoria economica individua una serie di fallimenti del mercato, tra cui esternalità negative, concentrazione di monopoli e oligopoli e asimmetrie informative. Non si tratta di piccole anomalie ma di condizioni che definiscono il funzionamento del capitalismo attuale.
Le esternalità negative descrivono il processo attraverso cui i costi di un’attività economica vengono scaricati sulla collettività. Un processo che ha un inizio, con l’appropriazione di risorse naturali e beni comuni; un seguito, con lo sfruttamento intensivo di territori, lavoro e suoli; e una fine, con il rilascio di rifiuti, inquinanti e gas serra nell’ambiente. Nel mentre, il profitto si accumula da una sola parte e il lavoro viene svalutato, la biodiversità compromessa e i costi socializzati, cioè scaricati sulle spalle delle persone. Si tratta di un meccanismo che, in modo quasi perverso, va avanti da decenni, e che continuiamo ad alimentare nonostante sia riconosciuto dalla stessa teoria economica come un gigantesco fallimento del mercato.
In questo quadro, il settore dei combustibili fossili rappresenta l’esempio più lampante. Dalle grandi aziende produttrici ai governi che concedono permessi per esplorare ed estrarre, l’intera filiera contribuisce a generare quella che oggi può essere considerata la madre di tutte le esternalità negative: la crisi climatica. Una crisi che rende tale contraddizione definitiva. Governare entro i limiti planetari richiederebbe infatti di correggere i fallimenti del mercato, internalizzando i costi ambientali, redistribuendo ricchezza, ponendo limiti all’accumulazione. In altre parole, imporrebbe decisioni collettive di lungo periodo, una pianificazione pubblica, e vincoli all’estrazione e alla crescita materiale. Tutti elementi in conflitto con un sistema fondato sul profitto di breve termine e sull’espansione continua.
Quando, in sostanza, per massimizzare il benessere collettivo diventa necessario porre dei limiti, il capitalismo tende a chiederne la rimozione per non mettere in discussione i propri presupposti fondamentali. La risposta non è quindi la trasformazione ma la rimozione del problema. Ed ecco che arrivano la negazione della crisi, l’attacco alla scienza, lo smantellamento delle regole ambientali e dei vincoli pubblici.
Non stiamo assistendo a una crisi del capitalismo, ma alla sua incompatibilità con la democrazia, la natura e il benessere collettivo. Un sistema che, pur di non cambiare, accetta di sacrificare la coesione sociale, le istituzioni democratiche e il futuro climatico. E qui, Trump, non è chiaramente un’eccezione o una deviazione, ma una limpida conseguenza. La sua negazione del cambiamento climatico non è ignoranza, è coerenza. Riconoscere i limiti planetari significherebbe ammettere che il modello economico dominante è insostenibile. Meglio allora delegittimare la scienza, rilanciare sull’estrazione fossile e trasformare la crisi ecologica in una guerra culturale. Un conflitto che diventa strumento anche per evitare politiche di redistribuzione. Perché lo stesso modello che rifiuta i vincoli ambientali produce disuguaglianze strutturali.
La concentrazione della ricchezza ha infatti raggiunto livelli tali da tradursi in concentrazione di potere economico, mediatico e politico. Le decisioni pubbliche risultano così sempre più orientate a tutelare gli interessi di poche élite, mentre diritti sociali e spazi democratici vengono progressivamente compressi.
I dati più recenti rendono evidente la portata del fenomeno. Nel 2025 la ricchezza dei miliardari è cresciuta di oltre il 16%, tre volte più velocemente rispetto alla media degli ultimi cinque anni, raggiungendo il livello più alto mai registrato. In termini reali, l’aumento annuo sfiora l’intero patrimonio detenuto dalla metà più povera dell’umanità, composta da più di quattro miliardi di persone. La concentrazione non è solo moralmente problematica ma socialmente pericolosa: da una parte genera privazione e dall’altra genera rabbia.
E il presidente oggi a capo degli Stati Uniti non contesta la concentrazione di ricchezza: la incarna. Non mette in discussione il potere economico, lo ostenta e lo legittima. Trasforma la logica del capitale in linguaggio politico. La polarizzazione che ne deriva produce un conflitto sociale diverso da quello del passato, non più tra chi accumula e chi resta indietro, ma tra identità contrapposte. Una strategia che sposta il bersaglio e consente al sistema capitalistico di restare intatto, mentre il risentimento viene canalizzato lontano dal cuore del problema. E nel frattempo le politiche trumpiane riducono le tasse ai più ricchi, indeboliscono il contrasto al potere monopolistico, abbattono i tentativi di coordinamento globale sulla tassazione delle multinazionali. Esempi a cui vanno aggiunti i tagli dei finanziamenti all’aiuto allo sviluppo e l’uscita dalle agenzie Onu e dai grandi accordi internazionali. In questo modo persino la corsa all’intelligenza artificiale rischia di diventare una nuova frontiera di accumulazione, rafforzando ulteriormente la concentrazione di ricchezza e potere.
Ma nessuna società può considerarsi immune da questa spirale. Siamo di fronte a una dinamica che non riguarda solo gli Stati Uniti: il problema è globale. Per vivere in una società davvero sostenibile, in cui le politiche tendono a massimizzare il benessere collettivo – vero fine ultimo dell’economia – non basta spennellare di verde il capitalismo. Serve una trasformazione profonda, una rivoluzione pacifica, innanzitutto culturale. E il primo passo è avere il coraggio di ammetterlo.
Una risposta
[…] tra le minacce più gravi per le imprese. Eppure, nel sistema economico attuale trainato dal capitalismo del “business as usual”, appare spesso più redditizio degradare che proteggere la natura. Ciò […]