Stiamo trasformando la Terra in una “serra fuori controllo”?

Terra serra

 

Il pianeta potrebbe essere molto più vicino di quanto si pensi a una soglia oltre la quale il riscaldamento globale diventa irreversibile. È l’allarme lanciato dallo studio “The risk of a hothouse Earth trajectory”, pubblicato l’11 febbraio sulla rivista scientifica One Earth, che analizza le dinamiche di innesco dei punti di non ritorno (tipping points) del sistema Terra. I rischi descritti dai ricercatori sono preoccupanti sia per la portata e sia per il livello di incertezza che li circonda. Tuttavia, le evidenze oggi disponibili indicano che il superamento di 1,5°C di aumento medio della temperatura globale accresce in modo significativo la probabilità di attivare questi meccanismi irreversibili. “L’incertezza sulla collocazione esatta delle soglie non può diventare un alibi per l’inazione”, ricorda lo studio, “al contrario, impone un’azione stringente e immediata. Il tempo per prevenire conseguenze climatiche pericolose e potenzialmente ingestibili si sta rapidamente assottigliando”.

 

La traiettoria “Terra serra”

Il fatto che nel 2024 la soglia di 1,5°C sia stata superata (uno sforamento registrato anche nei mesi del 2025), nonostante molte proiezioni del passato sul clima collocassero questo passaggio più avanti nel tempo, evidenzia la velocità con cui la crisi climatica sta progredendo. Un’accelerazione certificata dai dati: l’aumento medio della temperatura è passato da circa 0,05°C per decennio a metà del Novecento a circa 0,31°C per decennio.

Parallelamente, la ricerca sui tipping points, sui feedback – processi attraverso cui un cambiamento amplifica o attenua ulteriori cambiamenti – e sulle cascading interactions – interazioni a cascata che si verificano quando una trasformazione in una componente del sistema Terra influenza quelle collegate -, mostra che alcune parti del sistema Terra potrebbero essere più vicine alla destabilizzazione di quanto si pensasse.

Questi processi sono considerati i precursori di una possibile “hothouse Earth” o “traiettoria serra”. Si tratta di un percorso che può portare il pianeta a temperature significativamente più elevate nel lungo periodo, anche nel caso di una successiva riduzione delle emissioni. Nonostante ciò, i rischi associati a una transizione di fatto irreversibile restano ancora poco compresi, sia dall’opinione pubblica sia dai decisori politici.

Una delle preoccupazioni che emergono dallo studio riguarda l’attivazione di alcuni tipping points climatici. La letteratura scientifica ne identifica 16 principali, dieci dei quali potrebbero contribuire pesantemente all’aumento della temperatura globale una volta innescati. Tra i punti di non ritorno ritenuti più vicini a una possibile soglia critica figurano la calotta glaciale della Groenlandia e quella dell’Antartide occidentale, il permafrost boreale, i ghiacciai montani e porzioni della foresta Amazzonica.

Terra serra, 16 tipping points

 

Come funzionano tipping points, feedback e cascading interactions

Il sistema Terra è una rete profondamente interconnessa nella quale l’alterazione di una singola regione può propagarsi attraverso oceani e continenti. Il seguente esempio, di tipo lineare, può aiutare a comprendere il suo funzionamento.

Sappiamo che l’aumento delle concentrazioni di gas serra dovuto alle attività umane determina un incremento delle temperature globali, un fenomeno che a sua volta accelera la fusione del ghiaccio marino artico e della calotta glaciale della Groenlandia. Di conseguenza, la perdita di ghiaccio riduce l’albedo terrestre (la capacità del pianeta di riflettere la radiazione solare) amplificando ulteriormente il riscaldamento. Inoltre, il crescente afflusso di acqua dolce derivante dalla fusione potrebbe influenzare la Circolazione meridionale atlantica (Amoc), un grande sistema di correnti oceaniche con segnali di indebolimento. E con un Amoc più debole si avranno effetti sulla circolazione atmosferica globale, con possibili spostamenti delle fasce di precipitazione tropicali. Ciò potrebbe innescare un deperimento su larga scala della foresta Amazzonica, con conseguenze rilevanti per la capacità di stoccaggio del carbonio e per la biodiversità. Tanti fattori di stress, molti dei quali già in atto (riscaldamento globale, deforestazione, incendi di origine antropica…) potrebbero poi spingere parti dell’Amazzonia verso un punto di non ritorno trasformandola in una savana degradata. E il carbonio liberato dal degrado amazzonico alimenterebbe ulteriormente il riscaldamento globale, interagendo con altri meccanismi di feedback e attivando altri effetti a cascata.

Terra serra, tipping points

 

Clima: breve storia terrestre

La storia del pianeta, riportata nello studio, riporta le condizioni climatiche che hanno reso possibile lo sviluppo umano. Partendo dal Pleistocene medio-tardo, tra circa 1,2 milioni e 11.700 anni fa, possiamo osservare come il clima terrestre abbia oscillato ripetutamente tra fasi glaciali e periodi interglaciali più caldi, con temperature comprese indicativamente tra −6°C e +2°C rispetto alla media preindustriale di circa 14°C. Con l’inizio dell’Olocene, circa 11.700 anni fa, però, tutto è cambiato: il pianeta è entrato in una fase climatica relativamente stabile che ha permesso lo sviluppo dell’agricoltura e, poi, quello dell’economia e delle società moderne.

Oggi, tuttavia, le temperature registrate risultano superiori a quelle di qualsiasi periodo degli ultimi 125mila anni, con le concentrazioni di anidride carbonica che potrebbero essere le più elevate da almeno due milioni di anni.

È all’interno di questo contesto che la Terra si avvia a uscire dal perimetro di stabilità dell’Olocene per entrare in una fase di cambiamenti climatici senza precedenti, con esiti difficili da prevedere. Ecco spiegato l’intento dell’Accordo di Parigi di limitare l’aumento medio della temperatura globale entro i 2°C, facendo il possibile per restare al di sotto di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali (1880). Anche perché sappiamo bene che alla base dell’accelerazione del cambiamento climatico vi è l’aumento delle emissioni antropiche, legate all’uso di combustibili fossili, alle attività industriali, ai cambiamenti nell’uso del suolo e alla deforestazione.

Nonostante conosciamo bene gli enormi rischi, ricordano infine i ricercatori, le emissioni globali di CO₂ legate all’energia fossile continuano a crescere – dello 0,8% nel 2024, raggiungendo il valore record di 37,8 gigatonnellate e spingendo le concentrazioni atmosferiche a circa 422,5 ppm parti per milione -, oggi sono circa il 50% in più rispetto all’era preindustriale. Di pari passo, crescono sia le concentrazioni di metano, contribuendo in modo significativo al riscaldamento nel breve periodo a causa del suo elevato potenziale climalterante, sia le concentrazioni di protossido di azoto, un altro gas serra che contribuisce ad alimentare la crisi climatica.

 

articolo su asvis.it

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