Cosa contiene il rapporto sul “business del genocidio” di Francesca Albanese

Francesca Albanese

 

Gli Stati Uniti, su iniziativa del Segretario di Stato Marco Rubio, hanno annunciato un pacchetto di sanzioni contro Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi, chiedendone contestualmente la rimozione dall’incarico. La decisione arriva in seguito alla pubblicazione di un rapporto in cui Albanese denuncia il coinvolgimento di numerose aziende – molte delle quali statunitensi – in quello che definisce il “business del genocidio” condotto a Gaza.

La relatrice, va ricordato, opera in qualità di esperta indipendente e non rappresenta le posizioni ufficiali delle Nazioni Unite. Tuttavia, contro di lei si sta sviluppando una campagna politica e mediatica mirata a screditare la sua denuncia. Un’inchiesta di Fanpage ha per esempio svelato un’iniziativa pubblicitaria sponsorizzata dal governo israeliano su Google finalizzata a diffondere le accuse contro Albanese.

Sull’intera vicenda il governo italiano non ha speso mezza parola di sostegno, e fa ancora più rumore il silenzio del Presidente della Repubblica. Ma cosa contiene il rapporto? Di seguito, la traduzione letterale dei passaggi più rilevanti del documento intitolato “From economy of occupation to economy of genocide. Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967”.

Premessa

– Mentre i leader politici e i governi eludono le loro responsabilità, un numero fin troppo elevato di soggetti economici ha tratto profitto dall’economia israeliana fondata sull’occupazione illegale, sull’apartheid e, oggi, sul genocidio. La complicità evidenziata dal rapporto rappresenta solo la punta dell’iceberg: porvi fine sarà impossibile senza chiamare in causa il settore privato, inclusi i suoi dirigenti. L’indagine esamina come gli interessi economici privati alimentino la logica coloniale duale di “spostamento e sostituzione” volta a espropriare e cancellare i palestinesi dalle loro terre. Mentre la vita a Gaza viene annientata e la Cisgiordania subisce un’escalation di attacchi, il presente rapporto spiega perché il genocidio perpetrato da Israele continua: perché è redditizio per molti.

– Le imprese hanno storicamente giocato un ruolo centrale nei progetti coloniali e nei genocidi ad essi associati. Gli interessi commerciali hanno contribuito all’espropriazione delle terre delle popolazioni indigene, in un sistema di dominio noto come “capitalismo coloniale razziale”. Lo stesso schema si riscontra nel processo di colonizzazione israeliana dei territori palestinesi, nell’espansione degli insediamenti nei Territori palestinesi occupati e nella costruzione di un regime istituzionalizzato di apartheid coloniale. Dopo aver negato per decenni il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, Israele sta oggi mettendo in pericolo la stessa sopravvivenza della popolazione palestinese in Palestina.

– Il Relatore speciale analizza il coinvolgimento di aziende in diversi settori: produttori di armi, imprese tecnologiche, edilizia e costruzioni, industrie estrattive e di servizi, banche, fondi pensione, compagnie assicurative, università e fondazioni.

– Se fossero stati applicati seri criteri di due diligence in materia di diritti umani, molte imprese si sarebbero da tempo dissociate dall’occupazione israeliana. Al contrario, dopo l’ottobre 2023, diversi attori economici hanno contribuito ad accelerare il processo di spostamento e sostituzione durante la campagna militare che ha devastato Gaza e provocato il più alto numero di sfollamenti di palestinesi in Cisgiordania dal 1967.

– Il Relatore speciale chiede che le imprese e i loro dirigenti siano ritenuti responsabili, sia a livello nazionale sia internazionale: le attività commerciali che favoriscono o traggono profitto dalla distruzione di vite innocenti devono cessare. Le imprese devono rifiutare ogni complicità con violazioni dei diritti umani e crimini internazionali, o essere chiamate a risponderne.

– Il Jewish National Fund, un ente corporativo fondato nel 1901 per l’acquisto di terre, ha contribuito a pianificare e attuare la progressiva rimozione degli arabi palestinesi, un fenomeno che si è intensificato con la Nakba e che prosegue ancora oggi.

– Sempre più supportata da enti corporativi, Israele ha perseguito l’espropriazione e lo sfollamento dei palestinesi, soprattutto dopo il 1967. Il settore privato ha contribuito in modo sostanziale a questa operazione fornendo a Israele le armi e i mezzi necessari per distruggere abitazioni, scuole, ospedali, luoghi di svago e di culto, mezzi di sussistenza e beni produttivi come uliveti e frutteti, oltre a segregare e controllare le comunità e limitare l’accesso alle risorse naturali. Aiutando a militarizzare e incentivare la presenza israeliana illegale nei Territori palestinesi occupati, il settore corporativo ha contribuito a creare le condizioni per la pulizia etnica dei palestinesi.

Settore militare

– I produttori di armi israeliani e internazionali hanno sviluppato sistemi sempre più sofisticati per spingere i palestinesi fuori dalle loro terre. L’occupazione prolungata e le campagne militari ripetute hanno offerto un terreno di prova per tecnologie militari all’avanguardia: piattaforme di difesa aerea, droni, strumenti di targeting alimentati dall’intelligenza artificiale e persino il programma F-35 guidato dagli Stati Uniti.

– Tra il 2020 e il 2024, Israele è stato l’ottavo esportatore mondiale di armi. Le due più importanti aziende israeliane di armamenti — Elbit Systems, nata come partenariato pubblico-privato e successivamente privatizzata, e Israel Aerospace Industries, di proprietà statale — sono tra i primi 50 produttori di armi al mondo.

– Israele beneficia del più grande programma di approvvigionamento militare mai realizzato: il caccia F-35, sviluppato dal colosso statunitense Lockheed Martin, con la partecipazione di almeno 1.650 aziende, tra cui il produttore italiano Leonardo S.p.A., e otto Stati. Componenti e parti prodotte in tutto il mondo contribuiscono alla flotta israeliana di F-35, che Israele personalizza e mantiene in collaborazione con Lockheed Martin e aziende locali. Un F-35 può trasportare oltre 8.000 kg di ordigni. Dopo ottobre 2023, questi velivoli sono stati centrali per dotare Israele di un potere aereo senza precedenti, responsabile del lancio stimato di oltre 85.000 tonnellate di bombe, in gran parte non guidate, provocando più di 179.411 vittime tra morti e feriti palestinesi e contribuendo alla distruzione sistematica di Gaza.

– Negli ultimi vent’anni, grazie al supporto di queste aziende e alla collaborazione con istituzioni come il Massachusetts Institute of Technology (MIT), i droni israeliani si sono evoluti fino a integrare sistemi d’arma automatizzati e capacità di volo in formazione a sciame.

– Per fornire armi a Israele e facilitare le transazioni di esportazione e importazione di armamenti, i produttori si avvalgono di una fitta rete di intermediari: studi legali, società di revisione e consulenza, trafficanti d’armi, agenti e broker. Tra i fornitori figurano aziende come la giapponese FANUC Corporation, che fornisce macchinari robotici per le linee di produzione bellica, utilizzati da Israel Aerospace Industries, Elbit Systems e Lockheed Martin.

– Per aziende israeliane come Elbit Systems e Israel Aerospace Industries, il genocidio in corso si è trasformato in un’opportunità redditizia. La spesa militare israeliana è aumentata del 65% tra il 2023 e il 2024, raggiungendo i 46,5 miliardi di dollari – uno dei livelli più alti pro capite a livello mondiale – e alimentando un’impennata dei profitti annuali di queste imprese. Anche le aziende straniere del settore bellico, in particolare i produttori di munizioni ed esplosivi, stanno traendo guadagno dal conflitto, consolidando un’economia di guerra globale che trae vantaggio dalla distruzione di Gaza e dalla sofferenza del popolo palestinese.

Sorveglianza e sistema carcerario

– Spinte dalla presenza di colossi tecnologici statunitensi che hanno aperto filiali e centri di ricerca e sviluppo in Israele, le autorità israeliane hanno giustificato un’espansione senza precedenti dei servizi di sorveglianza e controllo, invocando esigenze di sicurezza.

– Le aziende tecnologiche israeliane spesso nascono direttamente da infrastrure e strategie militari, come dimostra il caso emblematico di NSO Group, fondata da ex membri dell’Unità 8200 dell’intelligence israeliana. Il famigerato spyware Pegasus, progettato per la sorveglianza segreta degli smartphone, è stato utilizzato contro attivisti palestinesi e venduto a governi di tutto il mondo, con implicazioni gravi per la privacy e la sicurezza di leader politici, giornalisti e difensori dei diritti umani.

– Dal 2019, IBM Israel gestisce e aggiorna il database centrale dell’Autorità per la Popolazione e l’Immigrazione, strumento chiave per raccogliere e utilizzare dati biometrici sui palestinesi e per sostenere il regime discriminatorio dei permessi. HP, già prima della sua divisione nel 2015 tra HPE e HP Inc., ha contribuito a sostenere l’infrastruttura tecnologica dell’apartheid israeliano.

– Microsoft è presente in Israele dal 1991 e ha sviluppato nel Paese il suo più grande centro di ricerca fuori dagli Stati Uniti. Le sue tecnologie sono oggi integrate nei sistemi carcerari, nella polizia, nelle università e nelle scuole, incluse quelle situate all’interno delle colonie. Dal 2003, l’azienda ha progressivamente incorporato le sue soluzioni informatiche anche nelle strutture dell’esercito israeliano, acquisendo nel tempo diverse start-up israeliane nel campo della cybersicurezza e della sorveglianza.

– Con l’aumento esponenziale dei dati generati dai sistemi israeliani di apartheid, controllo demografico e operazioni militari, cresce anche la dipendenza da servizi cloud. Nel 2021, il governo israeliano ha assegnato un contratto da 1,2 miliardi di dollari – noto come Project Nimbus – a due giganti del settore, Alphabet Inc. (Google) e Amazon.com Inc., per fornire infrastrutture tecnologiche fondamentali, in gran parte finanziate dal Ministero della Difesa. Questo accordo ha sollevato forti critiche internazionali per il potenziale impiego dei servizi cloud nelle operazioni di sorveglianza e repressione nei territori occupati.

– L’esercito israeliano ha sviluppato avanzati sistemi di intelligenza artificiale, come “Lavender”, “Gospel” e “Where’s Daddy?”, capaci di elaborare grandi volumi di dati e generare elenchi di obiettivi in tempo reale, modificando profondamente il volto della guerra moderna. Palantir Technologies Inc., azienda americana nota per la sua stretta collaborazione con le forze armate statunitensi e israeliane, ha ampliato il proprio supporto all’esercito israeliano dopo ottobre 2023.

– Nel 2024, il Paese ha registrato la crescita più alta al mondo di start-up pro capite e un incremento del 143% delle imprese specializzate in tecnologie militari. Durante il conflitto, la tecnologia ha rappresentato il 64% delle esportazioni israeliane, segnando un’evidente connessione tra sviluppo economico e militarizzazione.

– Da decenni, Caterpillar Inc. fornisce a Israele bulldozer e macchinari impiegati per demolire case palestinesi e distruggere infrastrutture civili. Attraverso il programma statunitense Foreign Military Financing e un licenziatario esclusivo integrato nelle forze armate israeliane, i bulldozer D9 sono stati trasformati in armi telecomandate, sviluppate in collaborazione con aziende come Israel Aerospace Industries, Elbit Systems e RADA Electronic Industries (controllata da Leonardo DRS). Anche il gruppo coreano HD Hyundai, attraverso la controllata Doosan, e il colosso svedese Volvo Group, sono da anni legati alla demolizione di proprietà palestinesi. Il logo di questi mezzi è stato spesso oscurato dalle forze israeliane dopo le operazioni, a testimonianza della consapevolezza del loro impiego in attività potenzialmente incriminanti.

– Nonostante le prove del coinvolgimento di questi mezzi nella distruzione sistematica di Gaza e nella politica di sgombero forzato dei palestinesi, e malgrado gli appelli delle organizzazioni per i diritti umani, le aziende continuano a fornire il mercato israeliano. Di fronte all’evidenza, i fornitori “passivi” si trasformano in attori consapevoli di un sistema di espropriazione, segregazione e violenza su scala industriale.

– Oltre 371 colonie e avamposti illegali sono stati costruiti, alimentati e sostenuti grazie alla complicità di aziende che facilitano la sostituzione forzata della popolazione palestinese nei Territori palestinesi occupati. Tra novembre 2023 e ottobre 2024, Israele ha istituito 57 nuove colonie e avamposti, grazie al supporto logistico, tecnico e materiale fornito da imprese israeliane e internazionali.

– In un contesto in cui numerose aziende internazionali si sono ritirate per pressioni legate alla violazione del diritto internazionale, queste imprese continuano a trarre profitto da progetti che rafforzano un sistema di segregazione e apartheid nei confronti della popolazione palestinese.

Controllo delle risorse naturali 

– Dal 1967, Israele esercita un controllo sistematico sulle risorse naturali palestinesi, integrando le colonie nei propri sistemi nazionali e rendendo i Territori occupati dipendenti da infrastrutture israeliane. Il 9 ottobre 2023, il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant ha annunciato un assedio totale su Gaza, interrompendo immediatamente le forniture di acqua, elettricità e carburante. Questa misura ha attivato un meccanismo di dipendenza progettato per esercitare il controllo sulla vita dei civili palestinesi e per contribuire alla creazione deliberata di condizioni di vita incompatibili con la sopravvivenza, configurandosi come parte di una strategia genocida.

– A Gaza, oltre il 97% dell’acqua dell’acquifero costiero non è potabile, secondo gli standard dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. La popolazione è così costretta a dipendere dalla rete gestita da Mekorot, l’azienda nazionale israeliana monopolista del settore idrico, anche nei Territori palestinesi occupati. Nei sei mesi successivi all’ottobre 2023, Mekorot ha operato i suoi impianti a Gaza al solo 22% della capacità. Interi quartieri, come Gaza City, sono rimasti senza acqua per il 95% del tempo. In Cisgiordania, la pressione sull’accesso alle risorse si è ulteriormente intensificata, rendendo impossibile considerare separatamente la crisi idrica nei due territori. L’acqua è così diventata non solo simbolo, ma strumento diretto della repressione.

– Israele costringe i palestinesi ad acquistare acqua dai propri acquiferi, a prezzi maggiorati e con distribuzione intermittente. Questo sistema, che nega l’accesso a un diritto umano fondamentale, trasforma l’acqua in un’arma di guerra, alimentando la spirale di impoverimento e sfollamento e violando le convenzioni internazionali sui diritti umani e sul genocidio.

– Prima di ottobre 2023, la centrale elettrica di Gaza copriva appena il 10-20% del fabbisogno locale. Il resto dipendeva da 10 linee israeliane e da generatori alimentati a carburante. Dopo il 7 ottobre, Israele ha interrotto quasi totalmente le forniture di energia, portando al collasso ospedali, sistemi idrici, trasporti e impianti di desalinizzazione. Senza energia, anche le pompe dell’acqua si sono fermate e le condizioni igienico-sanitarie sono precipitate, contribuendo al ritorno della poliomielite.

– Il 60% del carbone israeliano tra il 2023 e il 2024 è arrivato dalla Colombia, tramite le multinazionali Drummond Company Inc. (USA) e Glencore PLC (Svizzera).

– Il gigante statunitense Chevron, in consorzio con l’israeliana NewMed Energy (controllata dal gruppo Delek, già inserito nel database ONU), estrae gas dai giacimenti Leviathan e Tamar. Nel 2023, ha versato 453 milioni di dollari in tasse e royalties allo Stato di Israele, che copre oltre il 70% del suo fabbisogno energetico grazie a questo consorzio. Chevron trae anche profitto dalla East Mediterranean Gas Pipeline, che attraversa acque marittime palestinesi. Intanto, BP – la multinazionale britannica – ha ottenuto nuove licenze di esplorazione nel marzo 2025, estendendo la sua presenza nelle zone marittime palestinesi sfruttate illegalmente da Israele. Entrambe le aziende, Chevron e BP, riforniscono anche Israele di petrolio greggio, controllando pipeline strategiche come la Baku-Tbilisi-Ceyhan e il Caspian Pipeline Consortium, assicurando all’esercito israeliano il carburante per operazioni aeree e militari a Gaza.

–  Fornire energia a uno Stato che la impiega sistematicamente per distruggere una popolazione sotto occupazione non esonera dalla responsabilità. I colossi del carbone, del gas e del petrolio alimentano una rete che sostiene tanto le colonie quanto la guerra ad alta intensità tecnologica condotta contro Gaza, rendendoli co-responsabili dell’annientamento in corso.

– Nel cuore della Cisgiordania occupata, l’agrobusiness israeliano fiorisce grazie allo sfruttamento intensivo delle risorse palestinesi e al consolidamento di un’economia coloniale sostenuta da colossi globali. Dietro marchi noti e tecnologie sostenibili si cela una realtà di spoliazione territoriale, dipendenza forzata e distruzione dei sistemi alimentari palestinesi.

– I prodotti israeliani, inclusi quelli provenienti dalle colonie illegali, raggiungono indisturbati i mercati globali grazie a grandi catene della distribuzione e logistiche internazionali. Multinazionali come Maersk hanno trasportato per anni merci provenienti dalle colonie direttamente negli Stati Uniti e in altri Paesi, compresi quelli europei. Nonostante la normativa UE imponga l’etichettatura dei prodotti coloniali, nella pratica queste merci entrano nel mercato senza ostacoli reali, e la responsabilità viene scaricata sul consumatore, spesso ignaro. Le aziende falsificano le etichette, alterano i codici a barre o mescolano le origini lungo la filiera per mascherare la provenienza illecita. Supermercati internazionali – molti dei quali inclusi nel database ONU per legami con le colonie – e piattaforme di e-commerce come Amazon operano direttamente nelle colonie, contribuendo al loro sviluppo economico, all’espansione territoriale e alla discriminazione nei servizi offerti ai palestinesi.

Turismo dell’occupazione

– Secondo l’ultimo aggiornamento delle Nazioni Unite, Booking Holdings Inc. e Airbnb Inc. continuano a offrire alloggi all’interno delle colonie israeliane illegali in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. In particolare, Booking.com ha più che raddoppiato le sue inserzioni nella Cisgiordania occupata, passando da 26 nel 2018 a 70 nel maggio 2023, e triplicato le inserzioni a Gerusalemme Est nel solo anno successivo all’attacco israeliano su Gaza dell’ottobre 2023, arrivando a 39 alloggi promossi. Allo stesso modo, Airbnb ha intensificato la propria presenza nelle colonie, passando da 139 annunci nel 2016 a 350 nel 2025, applicando commissioni fino al 23% sulle prenotazioni. Queste attività non solo rafforzano l’occupazione israeliana, ma restringono l’accesso dei palestinesi alle terre e mettono in pericolo le comunità vicine.

Occupazione e finanza

– Dal 2022 al 2024, il bilancio militare israeliano è raddoppiato, passando dal 4,2% all’8,3% del PIL, contribuendo a un deficit pubblico del 6,8%. Per finanziare questa espansione, Israele ha emesso miliardi in obbligazioni di Stato, tra cui 8 miliardi di dollari nel marzo 2024 e 5 miliardi nel febbraio 2025. Alcune delle principali banche mondiali, tra cui BNP Paribas e Barclays, hanno sostenuto queste emissioni garantendo fiducia agli investitori, anche dopo il declassamento del rating di credito del Paese. A queste si aggiungono colossi dell’asset management come BlackRock (68 milioni di dollari investiti), Vanguard (546 milioni) e PIMCO, sussidiaria di Allianz, con 960 milioni. Attraverso la Development Corporation for Israel (Israel Bonds), le obbligazioni israeliane vengono proposte anche a investitori privati internazionali, con l’opzione di devolvere i rendimenti a organizzazioni legate all’esercito israeliano e alle colonie.

– Anche le compagnie assicurative globali, come Allianz e AXA, investono miliardi in azioni e obbligazioni di imprese legate all’occupazione. Allianz detiene almeno 7,3 miliardi di dollari in titoli compromessi, mentre AXA ne ha 4,09 miliardi, pur avendo avviato alcune dismissioni. Nel mondo dei fondi sovrani, spicca la contraddizione del Norwegian Government Pension Fund, che si vanta di avere “le linee guida etiche più rigorose al mondo” ma ha aumentato del 32% i suoi investimenti in aziende israeliane dopo l’ottobre 2023, raggiungendo 1,9 miliardi di dollari. Al termine del 2024, il fondo aveva 121,5 miliardi di dollari investiti solo in imprese citate nel rapporto ONU. Simile il caso del Caisse de dépôt et placement du Québec, che gestisce le pensioni di sei milioni di canadesi e ha investito quasi 6,7 miliardi di dollari in società coinvolte nell’occupazione, con aumenti vertiginosi in Lockheed Martin, Caterpillar e HD Hyundai tra il 2023 e il 2024.

– Accanto ai canali finanziari istituzionali, organizzazioni caritative religiose contribuiscono in modo crescente a progetti nelle colonie, beneficiando anche di agevolazioni fiscali internazionali. Il Fondo Nazionale Ebraico (KKL-JNF) e le sue oltre 20 affiliate finanziano l’espansione dei coloni e infrastrutture militari. Dalla fine del 2023, la piattaforma Israel Gives ha facilitato il crowdfunding deducibile fiscalmente in 32 Paesi per militari israeliani e comunità di coloni. Anche organizzazioni cristiane, come Christian Friends of Israeli Communities (USA) e Christians for Israel (Paesi Bassi), hanno donato oltre 12,25 milioni di dollari nel 2023 a progetti legati alle colonie, inclusi quelli che formano coloni estremisti.

Università e violazioni

– In Israele, le università – in particolare le facoltà di giurisprudenza, i dipartimenti di archeologia e di studi mediorientali – contribuiscono all’impalcatura ideologica dell’apartheid, coltivando narrazioni allineate allo Stato, cancellando la storia palestinese e giustificando le pratiche di occupazione.

– Le principali università collaborano con istituzioni israeliane in ambiti che danneggiano direttamente i palestinesi. Al Massachusetts Institute of Technology (MIT), i laboratori conducono ricerche su armi e sistemi di sorveglianza finanziate dal Ministero della Difesa israeliano – l’unico esercito straniero a finanziare la ricerca presso l’Istituto.

– Il programma Horizon Europe della Commissione Europea facilita attivamente la collaborazione con istituzioni israeliane, incluse quelle complici dell’apartheid e del genocidio. Dal 2014, la Commissione Europea ha concesso oltre 2,12 miliardi di euro (2,4 miliardi di dollari) a entità israeliane, incluso il Ministero della Difesa.

Raccomandazioni

– Il Relatore Speciale invita gli Stati Membri:

(a) A imporre sanzioni e un embargo totale sulle armi contro Israele, inclusi tutti gli accordi esistenti e i beni a duplice uso, come tecnologie e macchinari civili pesanti;

(b) A sospendere o impedire tutti gli accordi commerciali e le relazioni d’investimento, e a imporre sanzioni, compreso il congelamento dei beni, contro entità e individui coinvolti in attività che possano mettere in pericolo i palestinesi;

(c) A far valere la responsabilità giuridica, assicurando che le entità aziendali affrontino conseguenze legali per il loro coinvolgimento in gravi violazioni del diritto internazionale.

– Il Relatore Speciale invita le imprese:

(a) A cessare immediatamente tutte le attività economiche e interrompere le relazioni direttamente collegate, contributive o causative di violazioni dei diritti umani e crimini internazionali contro il popolo palestinese, in conformità con le responsabilità internazionali delle imprese e con il diritto all’autodeterminazione;

(b) A pagare risarcimenti al popolo palestinese, anche sotto forma di una tassa sul patrimonio da apartheid, sul modello del Sudafrica post-apartheid.

– Il Relatore Speciale invita la Corte Penale Internazionale e le giurisdizioni nazionali a indagare e perseguire dirigenti d’impresa e/o entità aziendali per il loro ruolo nella commissione di crimini internazionali e nel riciclaggio dei proventi di tali crimini.

– Il Relatore Speciale invita le Nazioni Unite:

(a) A rispettare il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del 2024;

(b) A includere tutte le entità coinvolte nell’occupazione illegale israeliana nel database dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani (da rendere accessibile correttamente sul sito web dell’OHCHR).

– Il Relatore Speciale invita sindacati, avvocati, società civile e cittadini comuni a promuovere boicottaggi, disinvestimenti, sanzioni, giustizia per la Palestina e responsabilità a livello internazionale e nazionale; insieme, i popoli del mondo possono porre fine a questi crimini indicibili.

– Il presente rapporto è redatto nel momento di una trasformazione profonda e tumultuosa. Le atrocità seguite a livello globale richiedono urgentemente responsabilità e giustizia, che esigono azioni diplomatiche, economiche e legali contro coloro che hanno mantenuto e tratto profitto da un’economia di occupazione trasformatasi in genocidio. Ciò che accadrà ora dipende da tutti.

 

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Una risposta

  1. 25 Luglio 2025

    […] dichiarazione conclusiva, che contiene un richiamo urgente alla pace e al multilateralismo quale elemento fondamentale per il progresso sostenibile, è stata approvata […]

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