Climateflation: il carrello della spesa dipende dalle temperature
Il cambiamento climatico è entrato stabilmente nel cuore dell’economia globale. Tra i segnali più evidenti c’è l’emergere di una nuova forma di pressione sui prezzi: la cosiddetta “inflazione climatica” o “climateflation”. Si tratta di un fenomeno che, secondo una crescente letteratura scientifica, sta già contribuendo all’aumento del costo della vita, in particolare attraverso il canale agricolo e alimentare.
Clima e carrello
Uno degli studi più citati sul tema, pubblicato nel 2024 su Nature, ha analizzato oltre 27mila indici mensili dei prezzi al consumo in 121 Paesi. Il risultato è chiaro: l’aumento delle temperature provoca un incremento significativo sia dell’inflazione alimentare sia di quella complessiva, con effetti che persistono per almeno 12 mesi. Shock destinati a ripetersi con maggiore frequenza all’intensificarsi del riscaldamento globale.
Il meccanismo alla base di questa spirale inflazionistica è, come detto, particolarmente evidente nel settore agricolo. Temperature elevate, siccità prolungate e precipitazioni estreme colpiscono la produttività delle colture, riducono le rese e destabilizzano l’offerta. E quando la produzione cala, i prezzi salgono.
Una dinamica lineare che, tuttavia, in un sistema globalizzato si amplifica: gli shock locali si propagano rapidamente sui mercati internazionali, aumentando volatilità e incertezza.
In diverse aree del mondo gli effetti sono tangibili. In Europa, l’ondata di calore del 2022 ha contribuito a far salire l’inflazione alimentare tra 0,4 e 0,9 punti percentuali. Un segnale di ciò che potrebbe ripetersi nel prossimo futuro, anche alla luce dell’ondata di calore che ha colpito il Continente tra la fine di giugno e l’inizio di luglio. In altre regioni, eventi estremi come alluvioni o siccità hanno danneggiato intere stagioni agricole. In Messico, per esempio, i prezzi dei pomodori sono quasi raddoppiati rispetto all’anno scorso a causa della combinazione di siccità, piogge intense e malattie delle piante legate all’umidità. In India, le temperature si sono spinte fino a 47°C, ciò ha indotto gli analisti a rivedere al rialzo le previsioni di inflazione.
“Si sta delineando una situazione che partorirà un nuovo shock all’anno”, osserva su Bloomberg Maximilian Kotz, ricercatore presso il Centro di supercalcolo di Barcellona e coautore dello studio “Climate extremes, food price spikes, and their wider societal risks”. Se il riscaldamento globale dovesse intensificarsi, aggiunge, è probabile una pressione costante al rialzo sui prezzi.
Secondo il lavoro di ricerca, entro il 2035 il cambiamento climatico potrebbe aggiungere tra 0,9 e 3,2 punti percentuali all’inflazione alimentare globale ogni anno, e fino a circa 1,2 punti percentuali all’inflazione complessiva. Un ordine di grandezza che, per le banche centrali, equivale a un cambio di paradigma: “il clima è ormai un fattore strutturale dell’instabilità dei prezzi”.
Mentre le evidenze empiriche si accumulano, gli eventi estremi hanno fatto registrare picchi significativi nei prezzi di beni come caffè, cacao e ortaggi. Secondo alcune stime, con l’aumento delle temperature questi impatti potrebbero intensificarsi fino al 50% nei prossimi decenni. In altre parole, ciò che oggi appare eccezionale è destinato a diventare la norma, con profonde ricadute sociali. L’inflazione climatica colpisce soprattutto le famiglie a basso reddito, dove la spesa alimentare assorbe una quota maggiore del bilancio. L’aumento dei prezzi riduce così l’accesso al cibo e peggiora la qualità delle diete, con effetti che vanno ben oltre l’economia e si riflettono sulla salute e sulla coesione sociale.
Un fenomeno complesso
A differenza dell’inflazione tradizionale, spesso legata a dinamiche della domanda o a politiche monetarie, quella climatica nasce da shock di offerta. Il problema non è un eccesso di domanda, ma una riduzione della capacità produttiva, soprattutto nel settore agricolo. Per questo gli strumenti classici, come l’aumento dei tassi di interesse, rischiano di rivelarsi poco efficaci nel contrastarla.
A complicare il quadro contribuiscono inoltre una serie di fattori che si sommano e si rafforzano a vicenda, tra questi troviamo l’aumento dei costi energetici, le difficoltà nella produzione di fertilizzanti e le interruzioni delle catene di approvvigionamento. Il risultato è un effetto cumulativo che si abbatte ulteriormente sui prezzi alimentari.
Comprendere in che modo la crisi climatica influenzerà l’inflazione nel lungo periodo resta tutt’ora una sfida aperta. I modelli oggi disponibili si basano su dati storici che rischiano di diventare rapidamente obsoleti in un contesto di riscaldamento accelerato – nel quale ci troviamo -, rendendo più difficile stimare con precisione tempi, intensità e durata degli effetti.
Se le modalità con cui questi effetti si manifesteranno restano ancora in parte incerte, la direzione è ormai evidente. Mentre governi, imprese e istituzioni integrano i rischi climatici nelle valutazioni economiche, per i consumatori il segnale è già chiaro: in un mondo più caldo i prezzi del cibo sono destinati ad aumentare.