Il governo Meloni rimanda al 2038 l’uscita dal carbone: non stupisce
Il governo italiano ha rimandato al 2038 l’uscita prevista al 2025 dal combustibile che ha il maggior impatto climatico, il carbone. L’unica cosa che realmente mi stupisce è chi si meraviglia.
Se si guarda a ciò che sta accadendo in un contesto politico più ampio, l’Italia non è sola in questo percorso di continuità fossile. Le politiche nazionali subiscono la pressione di poteri economici e ideologici che continuano a sostenere l’infrastruttura energetica basata su combustibili altamente inquinanti. In sintesi, questa decisione non è che un capitolo in un progetto di lungo periodo che, da Washington a Budapest, sta allineando governi e think tank conservatori per un futuro ancora a servizio di gas, carbone e petrolio. Negli ultimi decenni fondazioni conservatrici statunitensi, come la Heritage Foundation e l’Heartland Institute, hanno contribuito a disegnare una visione globale che resiste alle pressioni per una transizione energetica sostenibile. Si tratta di istituzioni che da una parte forniscono finanziamenti e ricerca, dall’altra costruiscono strutture di pensiero che permeano la politica negli Stati Uniti, in Europa e in Italia. L’influenza di queste realtà va oltre la teoria: è documentata da inchieste ed è evidente nei cambiamenti normativi, nelle alleanze politiche e nelle scelte economiche.
La decisione italiana di rinviare l’uscita dal carbone è soltanto un’ulteriore manifestazione di un piano ben più ampio: un’agenda che mira a consolidare poteri economici e politici a scapito della sostenibilità ambientale e sociale, presentando misure legate allo sviluppo sostenibile come una “minaccia verde” o una “follia green”.
Se non si riconosce che siamo di fronte a un progetto condiviso e operante su larga scala, sarà impossibile contrastare una deriva che oggi trova nel movimento MAGA il suo motore più visibile, ma che esercita un certo fascino anche su schieramenti che, almeno sulla carta, dovrebbero esserne lontani.