Due parole su crisi automotive e Confindustria
“Le regole europee su elettrico e diesel hanno distrutto l’industria dell’auto che era il nostro primo prodotto. Non capire gli errori fatti nel passato è un grande problema”, ha dichiarato qualche giorno fa Emanuele Orsini, presidente di Confindustria. Un refrain mediatico continuo, che da tempo mette sotto accusa le politiche del Green Deal, e su cui marciano parte dei grandi gruppi industriali e della “distratta” stampa italiana.
In realtà, se andiamo a vedere i numeri, la crisi dell’automotive ha radici ben più profonde delle “regole europee su elettrico e diesel”. Le serie storiche dimostrano chiaramente che l’industria dell’auto è passata dal produrre quasi 2 milioni di auto nel 1990, al milione e mezzo nel 2000, alle 570mila unità nel 2010, per arrivare a 540mila nel 2023. In sostanza, il calo della produzione italiana è arrivato ben prima del 2019, anno in cui è stato varato il Green Deal. Un calo solo in parte dovuto alla saturazione del mercato interno, diventato nel corso degli anni un luogo in cui troviamo più auto immatricolate che patenti.
Il Green Deal era stato pensato come uno strumento in grado di aiutare le aziende a orientare i propri investimenti. Anche perchè le imprese, in particolare quelle dell’auto, avevano lanciato chiari segnali di difficoltà nell’interpretare la crescita che arrivava da Oriente. Lo si capisce dal modo in cui sono state allocate le risorse.
Le grandi imprese europee, più che soffrire di carenza di capitali, hanno puntato su una gestione delle risorse che ha privilegiato gli azionisti rispetto agli investimenti strategici per l’innovazione e la decarbonizzazione. Lo denuncia un’indagine dell’Ong olandese Somo, condotta con Friends of the Earth Europe, in cui troviamo che aziende, del calibro di Stellantis e Mercedes-Benz Group, hanno destinato nel periodo 2010-2023 rispettivamente il 30% e il 40% degli utili netti (il profitto di un’azienda dopo aver sottratto tutti i costi operativi, tasse comprese) ai propri azionisti piuttosto che all’innovazione.
Questo modello finanziario, sempre più orientato al breve termine e che premia la rendita rispetto alla trasformazione industriale, solleva interrogativi più di natura gestionale che legislativa. Il vero imputato, quello che dovrebbe essere messo sulla graticola, è dunque il modo in cui sono state gestite le casse delle case automobilistiche, per esempio interrogandosi su come l’ex FIAT – uscita da Confidustria nel 2012 sotto la direzione di Marchionne – abbia amministrato nei decenni le ingenti risorse economiche elargite dalle tasche pubbliche degli italiani.
Per dovere di cronaca, va poi ricordato che la decisione di far immatricolare dal 2035 automobili in grado di non produrre alcuna emissione al tubo di scappamento è dovuta anche a fattori di carattere sociosanitario. La discussione sulla messa al bando dei motori endotermici è infatti figlia dello scandalo diesel-gate del 2017, quando si scoprì che l’azienda Volskwagen aveva installato sulle proprie auto un software capace di falsificare le emissioni inquinanti. Un tema prioritario per la salute di noi europei: l’Agenzia europea per l’ambiente ricorda che l’inquinamento atmosferico, composto per esempio da biossido di azoto (NO2), particolato fine (Pm 2,5 e Pm 10) e ozono (O₃), provoca sia un grosso carico di malattie respiratorie e cardiocircolatorie – soprattutto nei più vulnerabili come anziani e bambini -, e sia la morte prematura di più di 300mila persone all’anno nell’UE. E l’Italia detiene la peggiore qualità dell’aria di tutta Europa. A questo va infine aggiunto che, per quanto riguarda la CO₂ emessa, il settore dei trasporti resta l’unico in Europa ad aver aumentato piuttosto che ridotto la quantità di gas serra, generando il 28,9% delle emissioni totali nel 2022 (più 25,9% rispetto al 1990).
Continuare ad attaccare un nemico immaginario, classico escamotage per trovare il colpevole di turno su cui aizzare la folla, può pure essere comunicativamente profittevole nel mondo polarizzato in cui viviamo, tuttavia non serve né ai lavoratori e né alle loro famiglie. Ma un bagno di realtà richiederebbe un’assunzione di responsabilità. Mi rendo conto che è chiedere troppo.