È ora di superare i veti sui fossili, e il vertice di Santa Marta lo dimostra
Non era una Cop e non ambiva a esserlo. Il vertice di Santa Marta (Colombia), prima conferenza globale dedicata a come uscire dai combustibili fossili, si è collocato ai margini e al tempo stesso oltre il perimetro negoziale delle Nazioni Unite. L’obiettivo era costruire uno spazio politico alternativo e complementare, capace di trasformare gli impegni in politiche concrete per liberarsi da carbone, petrolio e gas.
Perché il punto, dopo anni di negoziati, è proprio questo. Le Cop hanno garantito un’arena di confronto universale, ma hanno anche mostrato limiti strutturali sempre più evidenti. Tra questi, il peso crescente delle lobby fossili, in grado di condizionare l’agenda e restringere il campo di ciò che è concretizzabile. Non è un caso che il documento finale della Cop 30 brasiliana nemmeno menzioni i combustibili fossili, nonostante l’appello di oltre 80 Paesi e la mobilitazione di società civile, comunità scientifica e movimenti per la giustizia climatica di uscire da questa dipendenza.
Santa Marta nasce da questa impasse. E si è svolta sullo sfondo di nuove tensioni geopolitiche, legate al conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, che hanno riacceso la volatilità dei mercati energetici. Per molti Paesi, un ulteriore promemoria della fragilità di un sistema ancora fondato sulle fonti fossili.
L’assenza dei maggiori emettitori è stata letta come un limite. Ma proprio in quell’assenza si è intravista una possibilità. Nei negoziati globali, le grandi economie hanno spesso esercitato un potere di blocco, impedendo qualsiasi avanzamento sostanziale sulla riduzione dell’offerta di combustibili fossili. A Santa Marta, invece, una sessantina di Paesi – tra produttori, consumatori e Stati vulnerabili -, che rappresentano circa metà della popolazione mondiale, hanno delineato una massa critica che ha la capacità di accelerare la transizione.
In questo contesto si inserisce la “Fossil fuel treaty initiative”, che propone un nuovo strumento internazionale per una transizione equa. L’ipotesi è quella di un Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili che agisca anche sul lato dell’offerta, introducendo obblighi vincolanti e colmando le lacune lasciate dagli attuali accordi. Una proposta sostenuta da un gruppo di 18 Paesi – con Pakistan, Cambogia, gran parte dei piccoli Stati insulari e la Colombia – che hanno spinto per avviare un processo negoziale formale.
Non a caso, la ministra dell’Ambiente colombiana Irene Vélez Torres ha parlato apertamente di “colonialismo fossile” e di crisi del multilateralismo, chiedendo un sistema “più democratico e più efficace”, libero dai veti di lobby e Stati petroliferi. Sulla stessa linea il presidente Gustavo Petro, che, senza mezzi termini, nel suo intervento ha usato queste parole: “C’è un’inerzia nel potere e nell’economia di questa forma arcaica di energia – i combustibili fossili – che porta alla morte. Indubbiamente, questa forma di capitale può suicidarsi, portando con sé l’umanità e altre forme di vita. La domanda da porsi è se il capitalismo sia davvero in grado di adattarsi a un modello energetico non basato sui combustibili fossili. Ci stiamo dirigendo verso la barbarie. E la barbarie è il preludio, o l’essenza stessa, del fascismo“.
La Conferenza per la transizione oltre i combustibili fossili (Taff) ha acceso i riflettori anche su una serie di contraddizioni che interessano i partecipanti. La Turchia, tra i principali produttori e consumatori di carbone e designata a ospitare la Cop 31, ha ribadito che i progressi verso una transizione giusta dovrebbero fondarsi su un approccio capace di riconoscere “le diverse circostanze nazionali, capacità e priorità di sviluppo”. Una posizione che si è accompagnata a segnali contraddittori: il programma di lavoro presentato dal presidente della Cop 31, Murat Kurum, è stato oggetto di critiche proprio per l’assenza di qualsiasi riferimento esplicito ai combustibili fossili. Un’omissione che alimenta il sospetto che, dietro il richiamo alla flessibilità, si celi la vecchia resistenza strutturale ad affrontare il cuore del problema. Inoltre, secondo un’analisi riportata da Climate home news, sei Paesi che rappresentano oltre l’80% della produzione di combustibili fossili delle nazioni partecipanti – Canada, Australia, Brasile, Messico, Norvegia e Nigeria – hanno traiettorie orientate verso una continua espansione dei combustibili fossili. Un problema non da poco per chi intende farsi promotore della decarbonizzazione.
Durante il summit un passo avanti l’ha compiuto la Francia che, attraverso l’inviato per i negoziati sul clima, Benoît Faraco, ha presentato una tabella di marcia per l’uscita dai combustibili fossili, con scadenze definite: carbone entro il 2030, petrolio entro il 2045, gas entro il 2050. Un segnale politico rimasto purtroppo isolato. Anche l’Italia, un Paese segnato dall’incoerenza sulle politiche energetiche, ha preso parte al confronto. L’inviato speciale per il clima Francesco Corvaro, intervenendo in plenaria, ha sostenuto la necessità di mettere in piedi una piattaforma inclusiva, esterna alle dinamiche negoziali, capace soprattutto di informare e sensibilizzare l’opinione pubblica.
Tra i risultati concreti, spicca il lancio dello Scientific panel for the global energy transition (Spget), il primo organismo scientifico dedicato esclusivamente all’accompagnamento operativo della transizione energetica. L’obiettivo è colmare un vuoto strutturale nella governance climatica: fornire supporto tecnico e scientifico a governi, città, regioni e coalizioni nella definizione di tabelle di marcia per l’abbandono dei combustibili fossili. A differenza dell’Ipcc, che elabora scenari globali con tempi lunghi attraverso processi di consenso complessi, lo Spget si propone di lavorare su scala più ravvicinata, rispondendo alle esigenze specifiche dei territori con maggiore flessibilità. Un’impostazione che mira anche ad ampliare la partecipazione della comunità scientifica, rafforzando il coinvolgimento di ricercatori provenienti dai Paesi del Sud globale.
Accanto a questo strumento, il documento congiunto presentato a chiusura della conferenza da Colombia e Paesi Bassi ha delineato una serie di sviluppi destinati a dare continuità politica al processo avviato. Innanzitutto, la convocazione di una seconda conferenza nel 2027, co-ospitata da Tuvalu e Irlanda, una scelta dal forte valore simbolico, che accosta uno dei Paesi più esposti all’innalzamento del livello del mare a un membro dell’Unione europea. È prevista poi la creazione di un gruppo di coordinamento permanente tra i Paesi “co-host” e quelli alla guida delle principali alleanze climatiche, in connessione con il gruppo di attivazione della Cop 30 dedicato alla transizione dai combustibili fossili. Un altro elemento chiave riguarda proprio l’integrazione con i processi dell’Unfccc (Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) nel tentativo di costruire un ponte tra questo spazio “alternativo” e il sistema multilaterale esistente. Sul piano operativo, sono stati inoltre istituiti tre gruppi di lavoro: il primo dedicato alla definizione di roadmap nazionali, il secondo alle dipendenze macroeconomiche e all’architettura finanziaria della transizione, il terzo all’allineamento tra Paesi produttori e consumatori di combustibili fossili.
Se questi elementi delineano una possibile traiettoria, la conferenza ha anche reso esplicite le difficoltà strutturali che accompagnano qualsiasi percorso di uscita dai combustibili fossili, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. La dipendenza fiscale dalle rendite estrattive, il peso del debito, l’accesso limitato a finanza agevolata e alle tecnologie pulite, rappresentano ostacoli concreti. A questi si aggiungono i vincoli imposti da meccanismi giuridici internazionali come l’Investor-State Dispute Settlement (ISDS), che consentono alle multinazionali fossili di contestare in sede arbitrale decisioni pubbliche. Un insieme di fattori che rende evidente come la transizione non sia semplicemente un problema tecnologico, ma una trasformazione economica e sociale profonda, che richiede redistribuzione, protezione di lavoratori e lavoratrici, partecipazione delle comunità e tempi di pianificazione adeguati.
Santa Marta non ha prodotto un trattato vincolante. Ma ha fatto emergere qualcosa di diverso: uno spazio politico in cui discutere apertamente di uscita dall’era dei combustibili fossili, senza ingerenze delle lobby fossili, vincoli procedurali e veti incrociati, che spesso hanno paralizzato i negoziati Onu. Un luogo in cui una pluralità di attori ha potuto articolare una visione più concreta della transizione. Uno spazio democratico che, visti i tempi, sembrava quasi impossibile. Resta ora da capire se, e in quale misura, l’eredità di Santa Marta verrà raccolta.