Se l’aereo precipita
È da diversi anni che mi occupo di questioni climatiche e ambientali. Di tanto in tanto mi sento rivolgere una richiesta: raccontare la crisi climatica inserendo anche una componente positiva. Non come possibilità, ma come condizione quasi indispensabile per parlarne.
Il ragionamento è noto: la crisi climatica è un tema difficile, può generare (eco)ansia e senso di impotenza. Per questo, alle cattive notizie bisogna affiancare qualcosa che rassicuri: l’innovazione tecnologica, le soluzioni disponibili, i progressi compiuti. Altrimenti si rischia di spaventare le persone, allontanarle dal problema e provocare una reazione di rifiuto. L’informazione dovrebbe quindi trovare un equilibrio tra gravità e possibilità.
È proprio qui, però, che comincio ad avere qualche problema. Perché un conto è raccontare le soluzioni, un altro è sentirsi in dovere di inserirle ogni volta, a prescindere dalla notizia, dalla sua gravità e dal contesto in cui si colloca. Nel primo caso si fa informazione. Nel secondo si rischia di piegarla a un’esigenza.
Le soluzioni esistono, certo. Ma non avanzano alla velocità necessaria. Le tecnologie sono disponibili, ma la loro diffusione è disomogenea e incontra ostacoli. Le politiche sono insufficienti e frammentate. L’industria dei combustibili fossili non arretra, ma rilancia. Prevalgono gli interessi di breve periodo e le logiche di un sistema capitalistico fortemente diseguale. E mentre la crisi climatica si aggrava, in molti Paesi avanzano forze di estrema destra che attaccano le politiche ambientali, alimentano il negazionismo e smantellano le poche conquiste normative degli ultimi anni.
Questa è la realtà. Ed è qui che la richiesta di rassicurare a ogni costo mostra il suo limite più importante: il richiamo costante agli aspetti positivi legati alle soluzioni rischia di assolvere proprio chi dovrebbe metterle in pratica.
Le aziende petrolifere conoscono dagli anni ‘70 i rischi climatici legati ai combustibili fossili e hanno continuato a investire nel settore, letteralmente, come se non ci fosse un domani. La classe politica, pur disponendo da tempo delle migliori conoscenze scientifiche, non ha adottato misure commisurate alla gravità del problema ambientale. Neanche lontanamente.
C’è una differenza sostanziale tra dare alle persone gli strumenti per capire che cosa sta succedendo e preoccuparsi, prima di tutto, di non spaventarle. Il compito dell’informazione non è tranquillizzare il pubblico, ma metterlo nelle condizioni di comprendere la realtà, anche quando è scomoda e difficile da digerire. Questo non significa alimentare il catastrofismo, né ignorare i progressi e le opportunità. Significa evitare che la necessità di offrire una prospettiva positiva diventi un filtro attraverso cui interpretare i fatti, facendo così venir meno le responsabilità in capo alla classe politica e alle aziende fossili.
Per usare una metafora, se un aereo sta precipitando non credo sia saggio dire ai passeggeri: “Tranquilli, non disturbate il pilota, mancano ancora 500 metri al suolo”. E la crisi climatica, senza mezzi termini, sta precipitando. Resta sempre meno tempo per cambiare rotta.
Proprio così, se la gente non la spaventiamo non fa domande al manovratore…sì chiama anestetizzare l’opinione pubblica.