Dal 30 luglio siamo in debito ecologico: la crescita infinita presenta il conto
Il consumo sfrenato di risorse naturali è un trend che non accenna a fermarsi. Prima degli anni Settanta non esisteva alcun overshoot day, poi la fame antropica è cresciuta a tal punto da mettere a rischio la capacità del Pianeta di sostenere la vita umana. È così cominciata una vera e propria corsa all’accaparramento delle materie prime. Negli anni Novanta l’overshoot day cadeva nel mese di dicembre, negli anni Duemila all’inizio di novembre, per poi arretrare fino all’8 agosto 2016, al primo agosto 2018 e al 30 luglio di quest’anno. Come vivremo, dunque, da qui al 31 dicembre? Accumulando un debito ecologico, cioè attingendo agli “stock” naturali accumulati nel corso del tempo e sottraendo risorse preziose alle generazioni future.

Il calcolo di questa “impronta ecologica“, l’indicatore che misura il consumo di risorse rispetto alla capacità di rigenerazione del capitale naturale, viene effettuato ogni anno dal Global Footprint Network. L’organizzazione fornisce una fotografia dello stato di salute del Pianeta sulla base dei consumi, degli sprechi, delle emissioni di gas serra in atmosfera – il parametro che incide maggiormente -, della degradazione del suolo e di tutti gli altri fattori che determinano lo stress degli ecosistemi.
Attualmente l’umanità sfrutta la natura a una velocità superiore del 73% rispetto alla capacità di rigenerazione degli ecosistemi terrestri: un sovraccarico che equivale a consumare le risorse di 1,73 Terre. Si tratta del livello di sovrasfruttamento globale più elevato nella storia dell’umanità.
È, tuttavia, un dato medio, che tiene conto sia degli impatti delle nazioni industrializzate sia di quelli dei Paesi ancora povertà. Tradotto, significa che c’è chi consuma molto di più e chi molto di meno.
Mentre le nazioni meno ricche risultano avere ancora un consumo di risorse “sostenibile”, ad avere un impatto maggiore sono soprattutto quelle occidentali. Sono gli Stati Uniti a essere la nazione meno sostenibile al mondo: se tutti volessimo vivere come la nazione a stelle e strisce servirebbero addirittura 4,8 pianeti. Al secondo posto della classifica dei Paesi con la peggiore impronta ecologica spicca il Canada con 4,6 Terre seguita da Russia (3,6) e Svezia (3,4). L’Italia, seppur lontana dai consumi d’oltreoceano, rimane in una condizione di forte insostenibilità, con uno stile di vita che, se fosse attuato dall’intera popolazione mondiale, richiederebbe 2,7 pianeti per sostenersi.

La scienza dei limiti
Per comprendere a fondo la questione del debito ecologico, negli ultimi anni è nato un nuovo filone di ricerca scientifica. Grazie alla “scienza dei limiti” oggi disponiamo di una conoscenza solida dei meccanismi che regolano i sistemi terrestri, elemento che consente di individuare i punti di non ritorno e le soluzioni alle crisi in corso.
Lo studio “Planetary health check 2025” fa il punto sui “planetary boundaries”, i nove confini da non oltrepassare per evitare effetti irreversibili, quindi disastrosi, per l’intera umanità. La cattiva notizia è che, con l’acidificazione degli oceani, sette soglie di sicurezza su nove risultano già superate.
Come evidenziato dal report, tra le situazioni più critiche figura la crisi climatica: le concentrazioni di CO₂ nell’atmosfera hanno raggiunto le 423 parti per milione (ppm) nel 2025, ben oltre la soglia di sicurezza di 350 ppm fissata dalla comunità scientifica. A livello globale, l’esposizione al caldo estremo è destinata ad ampliarsi rapidamente. Oggi la temperatura media terrestre è aumentata di circa 1,4°C rispetto all’epoca preindustriale, ma il 2024 e il 2025 hanno già superato la soglia di 1,5°C indicata dall’Accordo di Parigi, un limite simbolico e fisico oltre il quale gli impatti diventano significativamente più gravi.
Anche la biosfera è in crisi: oggi le specie si estinguono a una velocità pari a 100 volte il tasso di estinzione naturale (dieci volte oltre il limite di sicurezza). Il cambiamento d’uso del suolo presenta scenari altrettanto preoccupanti: la copertura forestale globale è scesa al 59%, ben al di sotto del minimo sicuro del 75%. Per quanto riguarda il ciclo dell’acqua, oltre un quinto delle aree terrestri registra deviazioni significative nel flusso dei corsi d’acqua e nell’umidità del suolo, un valore doppio rispetto ai livelli considerati sicuri.
Restano in zona ad alto rischio anche le alterazioni dei cicli biogeochimici, con livelli di fosforo e azoto prodotti dalle attività umane raddoppiati e, in alcuni casi, triplicati rispetto ai limiti di sicurezza. Allo stesso modo, le entità chimiche, tra cui plastica e altri composti industriali, continuano a riversarsi nell’ambiente senza controllo, aggravando i rischi per la salute umana e del Pianeta.
Grazie però agli effetti positivi del Protocollo di Montreal, gli altri due limiti planetari, cioè aerosol atmosferici e ozono stratosferico, restano all’interno della “Safe operating space”, lo spazio operativo sicuro. Tuttavia, permangono fattori di rischio, soprattutto su scala locale, e la situazione richiede un monitoraggio costante.

Crescita infinita in un Pianeta finito?
La devastazione ambientale è stata provocata dall’illusione di una crescita infinita trainata da un sistema di stampo capitalistico. Mentre tra il 1820 e il 2022 l’economia mondiale cresceva da 1,18 a 130,11 mila miliardi di dollari, dal 1992 gli stock di capitale naturale globale si riducevano di circa il 40%. Un fenomeno che oggi si traduce in un rischio sistemico per l’intera economia, oltre che per la stabilità finanziaria e il benessere collettivo.
Ciò emerge con evidenza anche dall’analisi dei flussi finanziari. Lo “State of finance for nature 2026” dell’Unep (Proframma della Nazioni Unite per l’ambiente), fotografa con chiarezza lo squilibrio: per ogni dollaro investito nella protezione della natura, 30 vengono spesi per danneggiarla. Solo nel 2023 ben 7.300 miliardi di dollari sono confluiti in attività ad alto impatto ambientale, ne ha beneficiato in particolare il settore dei combustibili fossili. Di contro, appena 220,4 miliardi di dollari hanno sostenuto interventi destinati alle soluzioni basate sulla natura. E questo, nonostante la perdita di biodiversità rappresenti una delle minacce più gravi per le imprese.
È in questa distorsione che si inserisce il tema delle esternalità negative. L’argomento descrive il meccanismo attraverso cui i costi ambientali e sociali di un’attività economica vengono scaricati sulla collettività. Il processo è lineare: inizia con l’appropriazione di risorse naturali e beni comuni, prosegue con lo sfruttamento intensivo di territori, lavoro e suoli e si conclude con il rilascio nell’ambiente di rifiuti, inquinanti e gas serra. Nel frattempo, i benefici economici restano concentrati, mentre i costi vengono distribuiti. Il risultato è un modello in cui il profitto si accumula da una sola parte, mentre il lavoro viene svalutato, la biodiversità compromessa e gli impatti socializzati. Un equilibrio solo apparente, che nel tempo si traduce in un deterioramento progressivo delle basi stesse su cui si regge l’economia e che continua a essere alimentato nonostante sia riconosciuto dalla teoria economica come un gigantesco fallimento del mercato.