Idrocarburi e memoria corta: il curioso caso della Presidente Meloni
“Domani andrò a votare al referendum sulle trivelle e voterò sì. Rivolgo un appello ai cittadini: non fate passare sottotraccia un referendum molto importante per la qualità del nostro ambiente e la difesa del nostro mare. Non andare a votare, come invita a fare Renzi, sarebbe un aiuto ad alcune grandi lobby che sono legate a questo Governo”, scriveva l’attuale Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il 16 aprile 2016. Da allora, ne sono passati di idrocarburi sotto i ponti.
Il 10 settembre 2026 il Consiglio dei Ministri ha deciso di istituire nuovi commissari con l’obiettivo di accelerare autorizzazioni e aumentare la produzione nazionale di gas e petrolio. “Per costruire soluzioni strutturali e di lungo periodo. Abbiamo avuto il coraggio di riaprire la strada del nucleare e vogliamo andare avanti sull’aumento della produzione nazionale di petrolio e gas. Perché non ha molto senso comprare all’estero questa energia, quando possiamo produrla anche qui in Italia. Ed è questo l’obiettivo della norma licenziata oggi dal Consiglio dei Ministri, che permetterà allo Stato di nominare dei Commissari, che aiutino le Regioni a tagliare i tempi e a rilasciare molto più velocemente permessi e concessioni per la ricerca, l’esplorazione e l’estrazione di idrocarburi sul nostro territorio. Perché l’Italia non può più permettersi di aspettare decenni prima di sbloccare una concessione. Aumentare la produzione nazionale significa ridurre la dipendenza dall’estero, pagare meno, garantire costi più bassi a famiglie e imprese, difendere la sicurezza energetica della Nazione. Oltre a generare maggiori royalties e benefici economici e occupazionali per i territori. E ai professionisti del no, che già annunciano barricate, voglio dire una cosa molto semplice: andremo avanti, fino in fondo. Perché questo significa essere patrioti e difendere l’interesse nazionale italiano“, ha dichiarato Giorgia Meloni.
Ma è davvero così? In realtà, non esiste un collegamento diretto tra nuove attività estrattive e riduzione del fabbisogno energetico o dei prezzi. Le imprese che richiedono concessioni minerarie – lo strumento con cui lo Stato autorizza ricerca ed estrazione – operano sulla base di logiche economiche proprie: ciò che viene estratto diventa di loro proprietà.
Per quanto riguarda la sicurezza energetica, prendiamo il gas come riferimento. Tra esplorazione, sviluppo e avvio della produzione possono trascorrere dai dieci ai quindici anni. Nuovi giacimenti entrerebbero quindi in funzione in una fase in cui la domanda italiana di gas è già prevista in calo: i consumi sono diminuiti del 16% tra il 2021 e il 2025 e il Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec) – il documento che ha aggiornato proprio questo governo – stima un’ulteriore contrazione entro il 2030. Sul potenziale dei giacimenti nazionali (accertati), occorre ricordare che è stimato in circa 42 miliardi di metri cubi complessivi, con una capacità massima annua di estrazione intorno ai 5 miliardi di metri cubi. Una cifra irrisoria se consideriamo che il consumo italiano nel 2024 è stato di circa 61,9 miliardi di metri cubi. C’è poi la questione del prezzo. Sul tema l’organizzazione Ecco sottolinea: “secondo una stima di Assorisorse datata 2022, il costo di estrazione del gas italiano sarebbe di circa 0,05 €/Smc, ma questo non significa prezzi più bassi per famiglie e imprese. Il gas nazionale, una volta immesso in rete, viene venduto a prezzo di mercato, non al costo di produzione. La differenza tra costo di estrazione e prezzo di vendita diventa margine per le società estrattive, non un beneficio per i consumatori. In altre parole: che il gas sia estratto dall’Adriatico o importato dall’Algeria, il prezzo finale per cittadini e imprese è lo stesso”.
E veniamo ai cosiddetti benefici, associati alle royalties. L’attuale sistema continua a favorire le aziende fossili per due ragioni. La prima riguarda l’inadeguatezza delle aliquote delle royalties che le imprese versano allo Stato per estrarre idrocarburi, pari al 10% per il gas fossile estratto sia in mare sia su terraferma e per il petrolio estratto su terraferma, e pari al 7% per il petrolio estratto in mare. Percentuali che continuano a essere più basse della media europea. La seconda ragione riguarda le esenzioni dal pagamento delle royalties per le estrazioni del gas al di sotto di una specifica soglia. In particolare, nel caso della produzione su terraferma, sono esenti dal pagamento di royalties quantità prodotte annualmente inferiori a 10 milioni di metri cubi. Mentre per le estrazioni in mare, sono esenti dal pagamento le quantità al di sotto dei 30 milioni di metri cubi. A tutto questo si aggiunge l’anomalia dei canoni irrisori per permessi ed estrazioni. Basti pensare che oggi in Italia per un permesso di prospezione le imprese pagano appena 92,50 euro a chilometro quadro (kmq), 185,25 euro per kmq per un permesso di ricerca e 1,481 euro per kmq per una concessione di coltivazioni. Cifre che rendono l’accesso alle risorse del Paese estremamente vantaggioso per le imprese energetiche.
Dieci anni fa Giorgia Meloni sapeva bene che il contributo delle risorse fossili nazionali sarebbe stato marginale, arrivando a definirlo “nullo o minimale”. Viene allora da chiedersi se quelle lobby legate al governo Renzi siano le stesse che oggi finiscono per essere avvantaggiate dal suo. Ma forse il punto non è nemmeno questo. È passato tempo. Abbastanza, evidentemente, da perderne la memoria.